Intervista a Piero Castiglioni

L’architetto della luce. Un geniale interprete della luce contemporanea: Piero Castiglioni.
[intervista a cura di Lighting Design. Cliccare sulle immagini per ingrandirle]

Tra gli interpreti più creativi nel panorama della luce, Piero Castiglioni vanta esperienze che spaziano dalla collaborazione con alcune tra le principali aziende del settore, per cui ha creato lampade ormai celebri, all’attività di illuminazione di monumenti e brani di città. La sua carriera è da sempre legata alla luce.

Come è giunto a progettare nel settore dell’architettura della luce?
È una storia cominciata agli inizi degli anni Settanta. Io e mio padre ci occupavamo di audiovisivi, di proiezione. Poi vincemmo un concorso per la realizzazione dello stand Osram al primo Intel, con il sistema che in seguito divenne Scintilla. Dopo venne la progettazione di moltissimi altri stand e dall’allestimento scoprimmo un certo amore per le lampadine, per le sorgenti. La prima cosa interessante è che la lampadina elettrica è l’unico elemento di tecnologia che non diventa obsoleto, che non viene cannibalizzato. Ad esempio oggi con un computer di dieci anni fa non è più possibile lavorare. Ciò non avviene con le lampadina, quella che si utilizza oggi è ancora la lampada di Edison, a incandescenza, un po’ modificata, prima aveva il filamento in carbone, oggi ha il filamento in tungsteno ma sostanzialmente non c’è stata modifica. Il neon a catodo freddo creato agli inizi del Novecento viene usato ancora oggi. La nuova lampada non uccide quindi mai la precedente: questo è una tecnologia magica.

Da qui è iniziato il nostro amore per le lampadine e abbiamo iniziato a conoscerla perché dovendo allestire spazi, abbiamo dovuto conoscere le potenzialità di ogni lampada. Nel 1980, con Gae Aulenti poi, vincemmo il concorso per il Musée d’Orsay. In questo caso abbiamo compiuto un passo indietro rispetto a ciò che si faceva abitualmente negli spazi museali che venivano allestiti come vetrine di antiquari, con una penombra diffusa e l’esaltazione delle opere d’arte con luci puntate. Quando abbiamo concepito la luce del museo abbiamo pensato di illuminare abbiamo voluto dare una lettura diversa delle opere, più obiettiva, meno d’effetto: abbiamo così pensato di illuminare le pareti e non le opere. Si è scelto che l’architettura diventasse apparecchio illuminante, che fosse il controllore, il distributore di luce. In tutto il museo non si vede una lampadina e credo che ancora oggi, a venticinque anni di distanza dall’apertura, sia ancora un progetto molto valido. Non vedere apparecchi consentiva una valorizzazione del luogo. Lì scoprii che, per illuminare le opere d’arte bisogna avere rispetto per il luogo e per le opere, che l’apparecchio non entri in conflitto con essi. Da qui vennero poi molti altri progetti, il Centre Pompidou, Palazzo Grassi e così via.

Nel campo dell’architettura della luce c’è stata un’evoluzione anche in seguito alla creazione di nuove lampade?
C’è un’evoluzione delle sorgenti e di conseguenza anche un’evoluzione degli apparecchi, che è continua. Si va sempre più verso la miniaturizzazione di sorgenti e apparecchi, riducendo l’impatto visivo e economizzando sia a livello di produzione che di gestione. Il settore è ormai molto specifico, un catalogo di una produttrice multinazionale contiene oltre ventimila lampadine: la tecnologia è quindi in costante evoluzione anche se, come dicevo prima, non si cancellano le memorie. Abbiamo poi l’evoluzione degli apparecchi. Ad esempio, con le ottiche di rivoluzione si creano vetri prismatizzati che controllano il flusso di luce e quindi si possono avere proiezioni di luce attraverso sezioni ellittiche; usando bene queste tecnologie è possibile avere risparmio energetico, maggiore comfort visivo, maggiore versatilità di impiego e maggior cura dei progetti, in breve avere risultati migliori.

Ciò che viene creato nel campo della luce è sempre valido quindi?
Una cosa che bisogna sempre controllare è la moda tecnologica: ad esempio quando uscirono le fibre ottiche sembrava che fossero adattate per ogni progetto. In realtà vanno conosciute molto bene per poterle usare in maniera ottimale, io le ho usate moltissimo, ma con certi accorgimenti che consentono di evitare problematiche. C’è però da effettuare una distinzione perché, a seconda del sistema di produzione possono avere risultati di luce diversi: alcune, usando fibre di vetro, hanno il vantaggio di non alterarsi ma tendono ad assumere una luce verdastra, pur essendo il vetro ultrabianca; altre, usando il metacrilato hanno luce bianca, ma tende a diventare ambra perché il metacrilato tende a fissare le radiazioni ultraviolette. Non esiste quindi una lampada che vada bene per sempre, per questo il processo di illuminazione deve essere l’uso accorto delle sorgenti con l’uso accorto degli apparecchi. Funzionalizzato a uno specifico compito visivo, perché chiaramente si usano parametri progettuali differenti se devo illuminare un museo o un ufficio o una strada.

Quali sono i progetti da cui è stato più coinvolto in questi anni?
I progetti sono un po’ come i nostri figli, alcuni vengono meglio, alcuni sono più problematici ma si amano tutti. Io ho amato tutti i miei progetti, ciò che mi piace del mio lavoro, sia della progettazione di lampade che di progetti illuminazione è che ogni volta ci si cimenta sempre su terreno nuovo. Da un progetto si impara sempre, bisogna quindi avere sempre l’umiltà di volere imparare e credo che non si possa pensare di imporre un metodo prestabilito per risolvere un progetto o un problema. Un metodo progettuale c’è ma è in continua evoluzione. Ci deve essere quindi sempre una sorta di eclettismo nel progetto, una variabilità, perché il progetto cambia in seguito alle mutazioni tecnologiche, alle richieste del committente, al tema progettuale, ai luoghi diversi; bisogna quindi rintracciare degli elementi compositivi che aggregati costituiscono la chiave. Dai progetti si trae quindi il bagaglio di esperienze.

Cosa pensa che avverrà nel futuro utilizzo della luce?
Il futuro lontano è molto difficile da prevedere. Il futuro vicino invece si lega molto all’elettronica, all’informatica, a un sistema di gestione “intelligente”. L’apparecchio diventa quindi sempre più sofisticato ma con prestazioni di tipo superiore. Un fenomeno che potrebbe effettuarsi in un futuro medio credo possa essere una diversa caratterizzazione dell’energia.

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