Intervista a Adolfo Guzzini a cura di Lighting Design

Adolfo Guzzini e cioè iGuzzini illuminazione:
come nasce l’architectura lighting Made in Italy.

Fare impresa. Delegato a seguire i tre gruppi industriali della Fimag, la finanziaria di famiglia, Adolfo Guzzini è l’interprete di una cultura che unisce iGuzzini illuminazione, Teuco e Fratelli Guzzini fondandosi sull’innovazione, la qualità, l’internazionalizzazione.
Nel 2004, il gruppo ha fatturato 305 milioni di euro – 160 la iGuzzini illuminazione -, incrementando l’export (+10%) e raggiungendo quota 65%. Adolfo Guzzini è anche amministratore delegato dell’azienda di illuminazione, che conta, nella sola Europa, 9 filiali commerciali e 13 showroom.
“La nostra è una realtà di squadra – esordisce – ed è la squadra che vince o perde. Questo modo di fare impresa concede massime deleghe al management, che è costituito da ottimi professionisti e una componente di famiglia, già ben avviata verso il ruolo imprenditoriale. Come una famiglia tendiamo alla crescita e, per garantirla, dobbiamo continuare a investire: nella ricerca, nelle tecnologie e soprattutto in nuovi sogni”.

Da Aifai… “La prima edizione di Euroluce – ci dice Adolfo Guzzini, invitato a ripercorrere storicamente le tappe della presenza iGuzzini alle fiere del settore – risale al 1976. Organizzata da Cosmit, fu fortemente sostenuta da alcuni imprenditori italiani tra i quali Targetti e Reggiani, che appartenevano ad Aifai-Assoluce, gruppo che, in quegli anni, presiedevo. La produzione di lampade stava assumendo un ruolo sempre più autonomo nel settore del mobile ed era rappresentata da un’industria attiva, componente significativa del Pil che garantiva l’opportunità di fare impresa, dare occupazione e sostenere lo sviluppo. Con Euroluce, all’epoca unica fiera internazionale di design della luce a rappresentare il Made in Italy, si affermava la creatività del nostro paese.
Chiamato a far parte del consiglio di amministrazione del Cosmit, sottolineai la necessità di invitare alla manifestazione giornalisti e architetti provenienti da tutto il mondo, perché recepissero e divulgassero il valore del Made in Italy sul mercato internazionale. In quegli anni Aifai-Assoluce era un’associazione autonoma, in seguito ci federammo con Assarredo, quindi con Federlegno-Arredo. Con Giulio Castelli, sono stato protagonista di questa vicenda. Allora, il canale distributivo della luce era complementare a quello dell’arredamento”

…ad Assil. “Pur lavorando bene con Federlegno Arredo, che si era strutturata con federazioni specifiche e articolate per prodotto – prosegue Guzzini – ad un certo punto ci rendemmo conto che sul mercato si manifestavano cambiamenti importanti. La luce incontrava l’architettura e quindi una cultura non limitata allo spazio domestico, con differenti vincoli normativi e nuove opportunità tecnologiche.
Anche nella distribuzione si delinavano nuovi scenari. L’apparecchio di illuminazione reclamava canali di vendita dedicati, che non erano più quelli dell’arredamento, ma spazi specializzati, definiti da servizi e dimensioni differenti, più allargati. Cambiavano altresì le figure professionali coinvolte: i grossisti di materiale elettrico offrirono gli spazi e gli interlocutori adeguati a veicolare gli apparecchi di illuminazione di tipo tecnico, gli installatori e i progettisti. Oggi i grossisti italiani di materiale elettrico specializzati nell’illuminazione sono all’avanguardia a livello europeo, con imprese che contano 50 punti vendita, fatturati che raggiungono i 400 miliardi di lire e grandi showroom nelle quali vengono presentati prodotti di design e di arredo, insieme a soluzioni di illuminotecnica architetturale.
La necessità di cambiare il canale distributivo ci fece individuare nell’Anie, quindi nell’Assil, il partner più adeguato al nuovo contesto. Come imprenditori italiani abbiamo combattuto per raggiungerne i vertici, inizialmente in mano alle multinazionali e determinare la politica associativa”.

Intel e WLS. “Personalmente ero contrario alla nascita di un nuovo brand dedicato alla luce all’interno di Intel. C’erano già Euroluce, la fiera di Hannover, una fiera Parigi, una a Valencia… anche se mancava un unico grande appuntamento europeo. Io avrei voluto che l’Intel rimanesse tale, pur continuando ad ospitare i cosiddetti “Padiglioni della luce”. In questa convizione ero però isolato e alla fine ho aderito al Word Light Show. Continuo a ritenere che si debba arrivare a una fiera unificata e mi auguro che si possa verificare già dalla prossima edizione di Euroluce, nel 2007. Non si tratta di un passaggio facile, dovremo agire in modo graduale, magari affiancando per un periodo i due marchi in questione, per poi privilegiarne uno. E questo sarà Euroluce, perché meglio rappresenta storicamente e culturalmente il Made in Italy nel mondo”.

I perché di una scelta. “Chi lavora nel settore dell’illuminotecnica qualificata, non si limita a vendere un prodotto, ma sviluppa progetti e propone soluzioni su misura. La scelta di operare in questa direzione ha origini ormai lontane.
La iGuzzini è nata come azienda di lampade decorative realizzate in materiali acrilici e metalli. Tra gli effetti della crisi del petrolio, si verificò anche il crollo della produzione dei derivati degli idrocarburi. Mi accorsi allora, che la possibilità di fare impresa nel settore del prodotto di design a livello internazionale, nei termini che ci definivano, era molto bassa. La via d’uscita, suggeritami da ciò che vedevo all’estero, era quella di sviluppare la cosiddetta illuminazione architetturale: prodotti specifici e altamente tecnologici per gli ambienti pubblici interni (spazi di lavoro, recettivi, comunità) ed in seguito esterni (aree stradali, urbane e residenziali). Questo settore già attivo in America, era arrivato in Europa con Erco, Staff, Hoffmeister. La nuova produzione si basava su innovative concezioni dello spazio costruito e delle architetture. Sulla base di quest’analisi, introdussi al management questa cultura innovativa: partire dalle esigenze di illuminazione degli spazi per individuare quali fossero le sorgenti luminose, quali le performance, quali le soluzioni formali adeguate a garantire caratteristiche competitive vincenti sul mercato. Tutto ciò con la collaborazione con professionisti stranieri e italiani.
Così nacque, nel 75, la prima serie di incassi e poco dopo, la prima serie di spot su binario che si avvaleva di un innovativo adattatore brevettato in grado di utilizzare i faretti su qualsiasi sistema allora sul mercato. In seguito contattammo il professor Luigi Manzoni, con il quale realizzammo una sorta di manuale di illuminotecnica che oltre alle definizioni, spiegasse come la luce può trasformare l’ambiente e gli oggetti illuminati”.

Fare cultura della luce. “Nell’82, inaugurammo una campagna di comunicazione istituzionale, che affrontava il tema dell’illuminazione non più da una prospettiva di prodotto ma di problematiche del mondo della luce. Nacque l’idea di definirci “industria illuminotecnica”, termini che definivano una precisa vocazione al processo produttivo integrato, sottointendendo le dimensioni e l’operatività sempre più ampie dell’azienda. Infine approdammo alla definizione “architectural lighting”: la gamma di prodotti era sempre più articolata e completa, le tecnologie e i processi produttivi sempre più evoluti ed eravamo pronti per un altro balzo significativo, la produzione di apparecchi per esterni ad alto livello.
Su idea di mio fratello Giannunzio brevettammo a livello mondiale i globi in policarbonato realizzati con un processo a iniezione e soffiaggio, utilizzati poi in tutto il mondo. In seguito proponemmo al mercato italiano i sistemi di illuminazione d’arredo urbano con ottica cut-off, che abbatte la dispersione di flusso luminoso verso il cielo. Questa svolta fu accompagnata da una comunicazione tesa a proporre iGuzzini come un’azienda impegnata anche socialmente: il tema dell’inquinamento luminoso si aggiunse a quelli trattati già nelle altre campagne e cioè il risparmio energetico, i problemi di tipo collettivo, la manutenzione degli apparecchi in esterni.
Il nostro è stato un cammino, chiaro, verso il sogno di realizzare un’azienda leader, competitiva a livello internazionale, con prodotti nei quali la gente identificasse, accanto alla creatività italiana, l’affidabilità attribuita tradizionalmente ai produttori tedeschi. Accanto a me, c’è sempre stato mio fratello Giannunzio (che ha presieduto sia Assil sia Celma ndr.) da alcuni anni responsabile delle tecnologie e dei processi produttivi e presidente della società”.

Mercati dell’Est e Cina: quali opportunità? “Il ciclo negativo dell’economia europea ha penalizzato fortemente le industrie tedesche, più orientate al mercato interno che internazionale. Grandi realtà locali del mondo dell’illuminazione hanno fortemente ridimensionato i propri fatturati, riducendo fino al 40% il volume di affari.
Nella situazione generale, il quadro positivo è rappresentato dai nuovi paesi dell’Est e soprattutto dalla Russia. Per seguire meglio questo mercato, abbiamo aperto una filiale a Mosca. Un palyer che inizialmente abbiamo sottovalutato è invece la Cina, che ha stravolto le regole del gioco, adottando comportamenti scorretti e impropri. La Cina non condivide con l’occidente nessuna regola sul piano sociale, organizzativo, della sicurezza dei prodotti e di tutela della proprietà. Ecco quindi le contraffazioni, le copie servili, la mancanza di certificazione. Credo che la competizione con la Cina sia possibile solo in termini di brand e di servizio: asset intangibili che i consumatori finali siano in grado di apprezzare e preferire.
Certo è, che quando ci si trova di fronte a copie integrali, con una differenza di prezzo del 60-70%, è difficile competere! Per arginare certi fenomeni, occorre definire dei limiti nella logica della globalizzazione e tutelarsi. È questa la direzione che stiamo seguendo con altre imprese europee ed italiane a livello di associazioni (Assil e Celma), Confindustria e singoli imprenditori. L’obiettivo è definire, nella comunità europea, i porti di accesso dei prodotti provenienti da paesi terzi, soprattutto quelli emergenti (Cina, India), per organizzare gli opportuni controlli, rendendo obbligatoria la certificazione terza con marchio europeo CE o Enec. Ma attualmente, in Europa, siamo ancora indietro: per esportare negli Usa, in Canada, in Giappone vengono richieste specifiche marcature. Siamo al paradosso: da alcuni mesi anche la Cina accetta solo prodotti omologati CCC, un marchio creato nel giro di pochissimo tempo che rilasciano con difficoltà.
Ciò premesso, il mercato cinese rappresenta un’opportunità e in alcuni casi addirittura una necessità, per spostare alcune produzioni, magari quei componenti indispensabili al nostro fabbisogno. La “minaccia” deve essere trasformata in opportunità, ma per farlo, occorre farci carico degli investimenti produttivi, trasferendo il nostro know how, la nostra cultura, i nostri uomini”.

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